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giovedì, aprile 24, 2003
IRAQ, LA CONGIURA DEL SILENZIO
Cosa sta veramente succedendo in Iraq? Come al solito, ce la raccontano come vogliono loro e senti solo poche voci fuori dal coro.
Per chi non avesse di9mestichezza con il Barbiere della Sera, riporto questo illuminante articolo:
22.04.2003
Cnn: ma in quale Iraq sei finita?
di Anonimo
L'informazione e la guerra. Mai come adesso dipende dai punti di vista
Dall'Ambasciata italiana di Bagdad, sezione di interessi condivisa con l'Ungheria, si ha certo una visione diversa della città rispetto all'hotel Palestine o lo Sheraton, due casermoni color sabbia che si ergono a cinquanta metri di distanza uno dall'altro sulla piazza del paradiso, quella con le gambe di Saddam Hussein piegate come latta e rimaste ancora in bilico sul pilastro della sua antica gloria.
Qui i carriarmati americani non entrano, le stradine sono troppo piccole, ma gli elicotteri cobra con il pungiglione armato pronto a colpire passano a volo radente di muro di cinta. E sparano anche. Per la verità sparano tutti qui attorno, 24 ore su 24. Si sentono kalaschnikov, M-16, pistole, fucili e quant'altro scendendo nella scala delle armi. I coltelli sono silenziosi, difficile riportarne notizia. Si spara con tale regolarità che neppure i pavoni nel giardino si scompongono: il maschio continua a fare la ruota ogni mattina a dimostrazione che i suoi ormoni non sono stressati.
Quando si abbandonano queste stradine, scavalcando i marines in azione a piedi, raccogliendo le foto di Alì il chimico versione anni '80 sfuggite da un album di famiglia e portate via dal vento dopo un'incursione, ci si immette ora in un traffico indescrivibile. E' arrivata la benzina, dopo giorni di guerra e di magra. Benzina agricola, da miscelare con quella buona se la si ha altrimenti si corrode il motore. Ma agli iracheni, un motore corroso gli fa un baffo. Il caos che regna in città è pari all'anarchia che fa godere l'automobilista occidentale quando imbocca contromano strade e viali senza timore di essere multato. E' la guida all'irachena, lo fanno perfino sulle autostrade: si va dove c'e' un varco, contromano e a tutta birra meglio ancora.
Ma la Cnn non se ne e' accorta. Dice che in città è tornato l'ordine pubblico. Dice perfino che, tolto quel drappello di facinorosi che stazionano ("tagliatevi i baffi e andate a lavorare!") sulla piazza del paradiso sfidando i carriarmati americani con la bandiera irachena sempre al vento, tutti gli iracheni sono contenti della presenza americana e anzi vogliono che continui per ricostruire il paese.
Pausa di riflessione. Momentaneo vuoto mentale. Dubbio: ma quelli della Cnn, chiusi nei loro blindati e nell'albergo intero che si sono presi in città solo per loro, con quali iracheni parlano?
Per carità, l'umile cronista di guerra, non pretende di concorrere con nessuno, neppure con se stesso. Fa solo il mestiere suo: consuma scarpe e litri di acqua, mangia polvere, respira fumo di uranio impoverito e va a cercare di parlare con tutte le realtà. La prima, quella più evidente è l’autorità religiosa. E’ così che addentrandosi a Saddam city, quartiere povero sciita di Bagdad, cittadella impenetrabile e impenetrata dall’armata numero uno del mondo, si imbatte nell’imam Fartusi.
Velo in testa a coprire fronte e mento, ci passa due ore a parlare dentro la stanzetta della moschea circondato da armi e spari. Gli sciiti gli americani non li vogliono neppure più vedere da lontano. L’uomo dal turbante e la barba neri come pece, e il cinturone della pistola sempre afferrato tra le dita, dice che hanno saputo solo ammazzare e ridurre in miseria gli iracheni. Chiacchierata interessante, soprattutto perché Fartusi è il leader religioso che dalle moschee sacre di Karbala e Najaf ha arringato venerdì scorso la maggioranza sciita contro l’invasore Usa. Vuole uno stato islamico, parla a nome degli ayatollah iracheni e i fedeli in pellegrinaggio sono d’accordo. E sono tanti davvero.
Dal sacro al profano, anzi, al laico. Ecco che il cronista in giro per la città si imbatte nello striscione del partito liberal democratico. Pende dall’ex palazzo dell’unione studentesca di Saddam. Dentro, fermo all’ingresso su due divani squartati diventati giaciglio per la notte, un gruppo di persone che sogna Democrazia e Libertà. Per cominciare hanno respinto i saccheggiatori (con perdite: il palazzo all’interno è devastato ma non interamente bruciato) e hanno occupato l’edificio, squattato insomma. Tanto per ora non lo reclama nessuno.
Tra l’immondizia e le macerie ci spiegano che il loro leader sta per arrivare, dal nord. E’ l’ingegner Muhammed Hussein Al Mussawi, 38 anni, ingegnere (“mi raccomando è ingegnere”, insiste l’unico tra loro che mastica l’inglese). Programma? “Vogliamo pace e libertà”, dice il vice leader, 32 anni, meccanico. Programma, insiste il cronista? “democrazia”, risponde.
Il cronista ci riprova:” Qual e’ il primo passo che intendete fare?”
Risposta: “Tutto il popolo deve collaborare. E gli americani se ne devono andare via”.
Insomma, poche idee, ma confuse. Tranne una: Yankees go home anche tra i liberal democratici.
Per avere la parvenza di un movimento politico organizzato tocca andare dal Puk, il partito dell’unione curda che e’ calato nella capitale dal nord e si è insediato negli uffici dell’unione giornalisti. Ha le bandiere all’esterno sospinte dalle colonne di fumo dei roghi che ancora appestano la città, e alcune automobili nuove e lucide all’esterno che sembrano un miraggio. O un miracolo. Per la propaganda usano due ambulanze, anch’esse nuove se non di zecca quasi. Tra la polvere onnipresente e i calcinacci, hanno una scrivania, un divano, indossano la cravatta e stampano un giornale, Al Hyttyad. Lo stampano nel nord a Suleymanya, trisettimanale, ma ora sperano che diventi il giornale di Bagdad.
Programma? “Iraq democratico, laico e federale”.
Americani? “Nessun rapporto con loro, che se ne vadano”.
Anche a loro, come agli altri, il cronista chiede di Chalabi, l’uomo che il Pentagono avrebbe designato come il Karzai iracheno.
“Non lo conosciamo”, dicono al Puk, con evidente disprezzo.
“Chi? Ah, sì, ma non lo conosce nessuno in Iraq. Non sappiamo che vuole”, rispondono i liberal democratici.
“Un fantoccio degli americani. Vada via lui e i suoi sponsor”, tuona l’imam Fartusi. Poi sorride con una fila di denti perfetti e bianchi, rara da queste parti. Dice di avere dalla sua il Corano, ma soprattutto ha dalla sua una marea di gente, marea umana vera. La maggioranza sciita, affamata, repressa, vessata. Che ora alza la testa e marcia lungo il paese, a piedi, con le bandiere dell’islam e l’orgoglio ritrovato. Verso Karbala e Najaf. Dove il cronista occidentale, donna, viene accolto dalle donne sorridenti in chador, e guidato dagli uomini all’interno del tempio sacro, davanti agli sciiti in piena flagellazione.
Chiedono di documentare la rinascita, la loro ritrovata libertà. Sono gentilissimi, in cambio vogliono solo una foto. Ma quando chiedono “American?”, è fondamentale rispondere: ”No. In arabo: la”.
La vostra Fatima
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